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LA VIOLAZIONE DELLA DONNA

LA VIOLAZIONE DELLA DONNA

Riflessioni su donne, diritti e violenze di genere a partire da "Le sedie", work in progress teatrale. - Spazio Teatro

 

E' l'8 marzo 2019.

A Messina, Alessandra è uccisa a calci e pugni dal fidanzato.

A Napoli, poche ore prima, anche Fortuna è uccisa a forza di botte dal marito.

Proprio nella Giornata internazionale della Donna, in cui le donne in tutto il mondo  si sono fermate e incontrate per denunciare sfruttamento e discriminazione, per rivendicare libertà e diritti, ancora due donne in Italia  sono massacrate da compagni e mariti.

Passano solo tre giorni: a Reggio Calabria una donna viene bruciata viva dal marito che le tende un agguato in pieno giorno e nel centro cittadino, mentre è alla guida della sua automobile.  Apre l’auto, la cosparge di benzina e le dà fuoco. Le sue urla fanno intervenire la gente, forse la salvano, ma ha ustioni sul 70% del corpo.

 

Parliamo di violenza di genere  e di femminicidi, la forma di violenza di genere estrema, ma non per questo rara. Dal 2000 ad oggi in Italia un femminicidio in media ogni tre giorni. Prima regione per incidenza  di casi è la Lombardia. Seguono Lazio, Puglia, Campania. Un fenomeno che non conosce barriere geografiche e sociali. Riguarda il Nord, il Centro e il Sud d’Italia. Riguarda uomini e donne di varia condizione sociale e culturale.  Si contano vittime tra  libere  professioniste, casalinghe, impiegate, studentesse. Nella maggioranza dei casi (57%) tali violenze erano a conoscenza di terze persone e per  i precedenti dei femminicidi nel 42% dei casi era stata presentata regolare denuncia.

Femminicidio è un neologismo ormai entrato nell’uso giornalistico e giuridico, ma che a qualcuno non piace. C'è chi lo ritiene superfluo, una sottolineatura ridondante del genere cui appartiene la vittima. C’è già la parola omicidio quando una persona viene uccisa, poco importa se il morto è maschio o femmina. 

Invece no.  Femminicidio è una parola necessaria: serve a indicare tutti i casi in cui una donna viene assassinata proprio perché donna,  assassinata da un uomo con cui aveva una relazione affettiva: per lo più un marito, un fidanzato, un compagno. Un assassinio che quasi sempre è stato preceduto da altre ripetute violenze fisiche e psicologiche, che è il culmine tragico di sistematici maltrattamenti.

È una parola necessaria perché richiama l’attenzione sulle  relazioni tra i sessi, sulle relazioni d'amore, quando l’amore viene confuso dall’uomo con il potere, il controllo e il possesso della donna. Quando in nome dell’amore un uomo può permettersi di limitare la libertà della donna o di ergersi a giudice delle sue capacità e del suo valore, per sminuirla, umiliarla, offenderla, punirla. Quando l’amore non è simmetrico, cioè non è fondato su rispetto e riconoscimento della pari dignità dell’altra persona.

 

Ma sbaglieremmo se pensassimo banalmente ad un amore “malato”. Quasi una patologia che misteriosamente colpisce qualche uomo e trasforma un amore “sano” in ossessione e follia. Sono troppi i casi – una donna su tre subisce una qualche forma di violenza di genere nel corso della sua vita, una donna ogni tre giorni è vittima di femminicidio - per non vedere che c’è una ragione strutturale: una concezione antichissima dei rapporti tra uomo e donna, che possiamo definire patriarcale, che assegna al maschio da sempre un ruolo dominante e alla donna lo stigma della inferiorità.

E’ indubbio che le donne abbiano fatto nella storia recente uno straordinario cammino di emancipazione: hanno acquisito diritti civili, politici e sociali. L’istruzione fino ai massimi livelli, l’indipendenza economica attraverso il lavoro, il diritto di voto sono  fattori che hanno di molto migliorato la condizione delle donne contribuendo ad accrescerne la consapevolezza e il protagonismo nella vita sociale. Eppure accade che una donna, anche in un contesto evoluto, qualora ad esempio decida di troncare una relazione sentimentale, possa scontrarsi con le strutture culturali del patriarcato che riemergono perché mai morte, richiamandola all’ordine, ricordandole il suo ruolo di oggetto del desiderio, del potere di un maschio.  Perché il femminicidio è in sostanza la negazione della libertà della donna, libertà di decidere chi e se amare e che cosa fare della propria vita.

 

Le statistiche ci dicono che la coppia è l’ambito più a rischio per le donne: circa il 60% dei femminicidi avvengono all’interno di una relazione sentimentale. Nell’amore, al quale le donne forse più degli uomini affidano ancora oggi tanta parte delle loro speranze e della loro fiducia, nella famiglia, dove crediamo di essere più protette, lì si annida per le donne il principale pericolo, la prima causa di morte violenta. Ad esempio, secondo i dati ISTAT del 2017, il 72,4 % degli omicidi di donne in Italia è stato compiuto da familiari, di cui il 44% da partner o ex-partner. Quando gli uomini sono le vittime la percentuale scende drasticamente: 15,9% e 3,4%.

 

È una storia millenaria di soprusi.

Attraversiamo le epoche con lo sguardo rivolto alla condizione femminile. Pensiamo alle donne dell’antica Grecia recluse nel gineceo, la parte della casa a loro riservata ma di fatto la loro prigione, lontana dagli spazi degli uomini e dallo spazio pubblico della polis. Pensiamo alle donne romane soggette al dominio del pater familias con potere di vita e di morte su di loro. A Giovanna d’Arco bruciata sul rogo come strega perché portava abiti maschili. A Olympe de Gouges giustiziata sulla ghigliottina perché anche per i rivoluzionari giacobini il posto “naturale” della donna non era la piazza o il parlamento, ma la casa.  Pensiamo infine alle nostre nonne e madri costrette a sposarsi contro la loro volontà, a fare figli senza libertà di scelta, a morire di aborto clandestino, a contrarre matrimonio riparatore con il proprio stupratore per il buon nome della famiglia (che è sempre il nome del “padre”); agli innumerevoli abusi psicologici e sessuali che ogni donna  oggi come ieri subisce almeno una volta nella  vita: gli sguardi e i giudizi importuni  sul proprio corpo, la mano sul culo, l’offesa sessista, la sberla, ma anche forme di violenza più velate, come l’obbligo di essere sempre bella, di piacere per essere la “prescelta”, l’umiliazione di essere giudicata come oggetto da esposizione o come possibile “preda”, la gelosia invasiva e le mille forme di piccola prepotenza quotidiana.

È una storia millenaria dura a morire, che agisce ancora oggi su uomini e donne, a perpetuare  rapporti di potere e sottomissione.

Il progetto “LE SEDIE. Work in Progress Teatrale contro la Violenza di Genere” nasce dalla volontà di reagire a questo stato delle cose da parte di un gruppo di artiste, professioniste e donne impegnate sui temi della violenza di genere. Il titolo Le Sedie si rifa’ alla campagna nazionale “Il  posto occupato”, a cui ha aderito anche il Consiglio comunale di Milano, che consiste nel lasciare  una sedia  vuota nella sala consiliare della propria città a memoria di tutte le donne vittime di femminicidio, di ogni donna uccisa  che quel posto avrebbe occupato a scuola, sull’autobus, a teatro, al cinema, vicino a noi. 

LE SEDIE è un concerto di voci che vuole ricordare, attraverso una narrazione performativa, le tante vittime di violenza, le donne che quotidianamente in Italia, e non solo, subiscono violenza fisiche e psicologiche,  storie strappate alle cronache dei giornali ma anche  storie direttamente tratte dalle testimonianze delle donne.

Con questo progetto, che si aggiunge ad altri già attuati dall’Istituto, intendiamo porre l’accento della didattica non solo sul tema della violenza e discriminazione di genere ma su una educazione critica nei confronti degli stereotipi, rispettosa delle diverse identità di genere, di ogni orientamento sessuale e immagine di sé, per una scuola e una società aperte e democratiche.

 

Anna Vecchiutti

Amalia Violi

Bruna Orlandi


Pubblicata il 26 febbraio 2019

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